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L’ITALIA CHIEDE L’INTERVENTO DELL’EUROPA CONTRO L’ETICHETTA A SEMAFORO INGLESE

Scritto il 26-08-2014 da Ufficio stampa | Categoria: Europa

“Massima attenzione e battaglia in sede europea” ha garantito il Ministro per le Politiche agricole, Maurizio Martina, accogliendo l’appello lanciato dal presidente di Ferrero al Meeting di Comunione e Liberazione, che si tiene in questi giorni a Rimini, contro il sistema di etichettatura inglese “a semaforo”.

Secondo la tabella stilata dalle autorità britanniche, il rosso denuncia la pericolosità d’un genere alimentare rispetto ai buoni auspici d’una dieta bilanciata, il giallo avverte che ci può essere un problema, il verde certifica l’assenza di conseguenze.

Leggendo le etichette dei prodotti che affollano gli scaffali dei supermercati delle città inglesi, si scopre che il Grana Padano è una potenziale minaccia per la salute, mentre certe bibite gassate risultano compatibili con un regime perfetto. Per farla breve, il Grana Padano è “rosso”, la Red Bull è “verde”.

Il sistema di codici cromatici è inaccettabile sia per questioni di merito, sia perché chiaramente in contrasto con la disciplina europea sulle etichette alimentari.

Non possiamo però invocare il rispetto delle regole europee soltanto quando ci conviene. Non tutto quello che fa l’Europa è buono, anzi molte cose vanno cambiate e dobbiamo impegnarci per cambiarle, ma se vogliamo che l’Europa ci ascolti, è meglio che il nostro Paese d’ora in avanti si dia una regolata e rimanga fermamente ancorato alle disposizioni comunitarie per non sentirsi dire dagli altri Stati membri, di fronte alle nostre rimostranze: da che pulpito viene la predica!

Poco più di tre anni fa il nostro Parlamento ha approvato una legge sull’etichettatura, la n.4 del 3 febbraio 2011, che dispone l’obbligo, per  tutti i prodotti alimentari posti in commercio, trasformati e non, di riportare nell’etichetta anche l’indicazione del luogo di origine o di provenienza della materia prima. La legge è in palese contrasto con la normativa europea. Si è ripetuto un vecchio copione già messo in scena con la legge n. 204/2004, quando il legislatore italiano provò a introdurre l’obbligo di citare l’origine delle materie prime sulle etichette di tutti i prodotti alimentari.  Nessun Paese, infatti, può permettersi di adottare in materia di etichettatura regole ulteriori rispetto a quelle comunitarie.

La Direttiva  2000/13/CE prescrive che le  norme sull’etichettatura siano “armonizzate a livello dell’Unione europea per consentire ai consumatori europei di operare le loro scelte con cognizione di causa e per eliminare ogni ostacolo alla libera circolazione dei prodotti alimentari e le disparità nelle condizioni di concorrenza”. Cioè: ogni forma di etichettatura nazionale, anche se migliorativa, ma  in contrasto con la normativa europea, è illegittima, perché viola l’art. 34 del Trattato sul funzionamento dell’Unione. Lo ha stabilito anche la Corte del Lussemburgo in varie sentenze.

Paolo De Castro, già presidente della Commissione agricoltura del Parlamento Ue, ha ricordato in più occasioni che “in tema di etichettatura gli Stati membri dell’Ue non hanno nessuna facoltà. La competenza in materia di etichette è in capo all’UE e non ai singoli Stati”. La giusta battaglia per un’etichettatura più trasparente va quindi condotta in Europa. L’Italia invece ha deciso di legiferare “autonomamente”, salvo ora chiedere all’Europa di bocciare la normativa “autonoma” inglese.

L’Europa unita e le sue istituzioni vivono oggi la crisi più profonda mai affrontata dall’inizio del processo di integrazione europeo. Una parte dell’opinione pubblica è addirittura convinta che la corda tra le istituzioni europee e la cittadinanza si sia definitivamente spezzata e non la si possa più riannodare. Tale opinione, pur non essendo da noi condivisa, è comunque legittima. Non è legittimo invece l’europeismo a giorni alterni, che l’Italia pratica con una certa frequenza. Basti ricordare, oltre alle vicende legate all’etichettatura, quelle relative agli ogm ed alle quote latte. Chi si comporta in tal modo smarrisce la propria credibilità.

 

 

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