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Dino Scanavino: da tempo soffriamo di un grave decadimento qualitativo e funzionale della genetica italiana
Scritto il 19-04-2019 da Ufficio stampa | Categoria: zootecnia
“Per l’importanza della nostra zootecnia, che produce eccellenze esportate in tutto il mondo – scrive il Presidente nazionale della Cia Dino Scanavino su L’Informatore Agrario -, i servizi relativi alla riproduzione e alla genetica degli animali sono fondamentali. Essi dovrebbero essere un punto di forza per fornire innovazione e contribuire ad assicurare competitività. Da anni, invece, il sistema allevatoriale italiano rappresenta un elemento di debolezza: a fronte di rare realtà attive, tante altre sono commissariate o in situazione di dissesto, mentre per la genetica dipendiamo troppo dall’estero. Da tempo soffriamo di un grave decadimento qualitativo e funzionale della genetica italiana”.
“Nel nostro Paese da decenni – continua Dino Scanavino -, come normato dalla legge n. 30 del 1991, la gestione dei Libri genealogici e tutta la disciplina della riproduzione animale fa capo all’Associazione italiana allevatori, articolata in associazioni di specie o razza e in strutture territoriali. Questo complesso sistema allevatoriale negli anni si è caricato di funzioni e costi, spaziando da attività di consulenza, amministrative ad altre propriamente economiche. A fronte di poche attività efficaci e adeguate, spesso dovute alla volontà e qualità di alcune singole figure professionali, il sistema nella maggior parte dei casi si è disperso in mille rivoli, progetti incostanti e inconcludenti, azioni ripetitive, finendo con il perdere di vista i compiti istituzionali fondamentali”.
Scanavino, nell’articolo su L’Informatore Agrario, mette in evidenza l’importanza del miglioramento genetico, del controllo funzionale del bestiame e di una serie di altri servizi tecnici a sostegno del settore zootecnico, ma critica il funzionamento del sistema ed anche l’attribuzione all’Aia in regime di monopolio del’attività prima descritte, che non solo è antistorica, non solo non è efficiente, non solo é aggravata dal fatto che Aia privilegia il rapporto con una sola organizzazione agricola, mentre dovrebbe essere la casa di tutti gli allevatori, ma contravviene anche a quanto previsto dagli orientamenti comunitari ed è già finita nel mirino dell’Autorità Garante della Concorrenza e della Commissione Europea.
La decisione della Commissione europea del 27 aprile 1984 parla chiaro: “gli Stati membri devono concedere il riconoscimento ufficiale a qualsiasi organizzazione o associazione di allevatori che tiene o istituisce libri genealogici purché dotata di determinati requisiti”. In poche parole non deve essere solo l’Aia ad avere il “potere” di determinare la qualità dei bestiami dei singoli produttori.
Il 10 marzo 2010 l’Autorità Garante della Concorrenza, rispondendo ad una grossa azienda agricola e zootecnica che aveva inviato una “segnalazione” alla stessa Autorità, si pronunciò in linea con la decisione della Commissione.
Scorrendo il documento dell’Antitrust si legge che “La legge 30/91 mentre assegna alle associazioni di allevatori il compito di istituire e tenere i libri genealogici, affida invece all’Aia in esclusiva lo svolgimento dei controlli funzionali. Ovvero in buona sostanza i test di determinazione della qualità genetica o della resa del bestiame assicurando una gestione accentrata e unitaria dell’attività relativa al miglioramento genetico del bestiame”.
L’Autorità osserva che la norma nel riconoscere all’Aia la competenza in merito ai controlli sulle attitudini produttive degli animali, “escludendo di fatto dallo svolgimento di tali controlli le altre associazioni di allevatori, appare idonea ad attribuire ingiustificati vantaggi concorrenziali a favore delle imprese associate all’Aia a danno degli allevatori non iscritti”.
E la restrizione “appare ancora più evidente – scrive ancora l’Autorità garante – se si considera che l’Aia svolge ulteriori servizi a favore degli iscritti attraverso la creazione di marchi a ombrello che promuovono più prodotti della filiera agroalimentare nazionale, quali la carne, il latte e derivati”.
Inoltre secondo l’Antitrust, la norma nazionale presenta “elementi di discontinuità” rispetto alla disciplina comunitaria. “In quanto impedisce – scrive – che una costituenda associazione di allevatori che voglia tenere o istituire i libri genealogici possa svolgere la funzione richiesta dalla normativa comunitaria per il riconoscimento pubblico di tali organismi”. Vale a dire essere in grado di svolgere i relativi controlli necessari alla tenuta degli alberi genealogici.
“L’Autorità ritiene pertanto – si legge ancora nella nota dell’Antitrust – che la preclusione allo svolgimento dei controlli per quelle associazioni di allevatori che tengono o istituiscono i libri genealogici diverse dall’Aia, non sia giustificata dalle esigenze di carattere generale di garantire alla Pubblica amministrazione di interagire con operatori qualificati in grado di svolgere controlli accurati”. Dunque l’Autorità “auspica che i controlli sulle attitudini produttive del bestiame possano essere svolti da tutte le associazioni di allevatori munite di requisiti di qualificazione oggettivamente accertati aumentando così anche le possibilità di scelta associativa, tecnica ed economica delle imprese zootecniche”.
Infine viene auspicata “una revisione dell’attuale normativa in materia di controlli al fine di garantire condizioni di accesso a tali attività non ingiustificatamente discriminatorie favorendo così il pieno svolgimento del confronto concorrenziale tra allevatori anche a vantaggio degli utenti”.
“La resistenza al cambiamento in un mondo dinamico – conclude Dino Scanavino – è sempre una criticità, ma quando questa resistenza si manifesta per perpetuare un ordine delle cose evidentemente fallimentare e in contrasto con le indicazioni di fondo della regolamentazione europea, allora siamo di fronte a un problema serio”.