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Le considerazioni della Cia sulla sentenza della Corte di Giustizia Ue che “apre” agli ogm. Scanavino: concentrare gli investimenti sulla cisgentica.
Scritto il 15-09-2017 da Ufficio stampa | Categoria: Ogm
La recente sentenza della Corte di giustizia europea, che ha dichiarato illegittimo il decreto interministeriale del 12 luglio 2013 (Ministri: De Girolamo dell’Agricoltura, Orlando dell’Ambiente e Lorenzin della Salute) che proibiva la coltivazione del mais geneticamente modificato, riguarda un quadro normativo ormai superato. In seguito alla Direttiva Ue 2015/412 e alla successiva decisione di esecuzione del 3 marzo 2016 non é più necessario motivare il no agli ogm adducendo rischi per la salute e per l’ambiene. Gli Stati membri possono vietare la coltivazione di mais geneticamente modificato anche in considerazione delle caratteristiche del proprio modello agricolo.
Ma la Corte di giustizia Ue é andata oltre ed ha sancito – ed é forse questa la parte più significativa della sentenza, che travalica la questione specifica degli ogm -, che gli Stati membri non possono adottare misure di emergenza provvisorie sulla base del solo fondamento del principio di precauzione, senza che i rischi sulla salute siano manifesti alla luce di un parere dell’Autorità scientifica.
“Per altro è molto difficile definire il perimetro del principio di precauzione – sottolinea il Presidente regionale della Cia Lodovico Actis Perinetto– , anche perché la scienza non è in grado a dare certezze ultimative e definitive e di dimostrare l’assoluta assenza di rischio. Il principio di precauzione più che un principio scientifico, é uno strumento politico. Nel caso degli ogm il principio di precauzione era motivato, prima che la nuova normativa concedesse agli Stati membri la libertà di scegliere, più da ragioni di ordine economico, che da reali indizi di potenziali rischi”.
“Non si può neppure ignorare – osserva il Presidente nazionale della Cia Dino Scanavino – la posizione di importatore netto che l’Italia ha rispetto ad alcune produzioni ogm che nel resto del mondo possono essere coltivate. È il caso, ad esempio, della soia che importiamo per l’alimentazione animale e che, per l’85% della produzione mondiale, è geneticamente modificata”. “Tutto ciò apre degli interrogativi – prosegue Scanavino– e rende urgente l’apertura di un dibattito costruttivo sul futuro di alcune produzioni agricole. Sminuire la sentenza della Corte europea e analizzarne i contenuti solo rispetto agli Ogm, vorrebbe dire continuare a concentrare l’attenzione politica su una tecnologia sempre più datata e, al tempo stesso, sottovalutare la spinta evolutiva della ricerca in agricoltura che sta aprendo a nuove frontiere sempre più sostenibili dal punto di vista ambientale e della sicurezza alimentare come, per esempio, la cisgenetica. È in questa direzione che si devono concentrare gli investimenti se si vogliono dare risposte efficaci ad agricoltori e consumatori”.
“La cisgenetica – precisa Actis Perinetto – non genera organismi Frankenstein. Si tratta infatti di modificazioni che si ptrebbero ottenere anche naturalmente, ma facendo centinaia di complessi e costosi incroci. Per fare un esempio: se avessimo un grano che produce un’ottima granella, ma che si alletta sul terreno perché troppo alto e un altro grano con una granella peggiore ma a taglia bassa, dopo molti incroci arriveremmo a ottenere naturalmente un grano con la granella più pregiata e la taglia bassa, ma ci vorrebbe un lavoro lungo e dispendioso. Oggi è possibile raggiungere lo stesso risultato in pochi passaggi di laboratorio”.