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Il Ceta è un regalo alle grandi lobby industriali?

Scritto il 20-02-2017 da Ufficio stampa | Categoria: Politica agricola

L’accordo commerciale di libero scambio con il Canada (Ceta) rappresenta una risorsa e un’opportunità importante per il sistema agroalimentare Made in Italy o, come qualcuno sostiene, é un regalo alle grandi lobby industriali?

In base al Ceta, 41 nostri prodotti a denominazione, che rappresentano il 98% del nostro export di Dop e Igp in Canada, saranno protetti, mentre altri prodotti potranno continuare ad essere venduti utilizzando denominazioni che imitano le nostre a condizione che sulle etichette di questi prodotti venga apposta l’indicazione obbligatoria dell’origine, senza evocazioni, quali bandiere o immagini di territori notoriamente riconosciuti.

Sarebbe stato certamente meglio che tutte le nostre denominazione fossero protette, ma é indubbio che si é fatto un passo in avanti. In Canada sulle Dop e Igp regnava l’assoluta anarchia e non c’era nessuna possibilità di controllo delle evocazioni. Con il Ceta almeno sono state stabilite delle regole.

Bruxelles ha confermato poi la sua intenzione di “garantire la rigorosa applicazione della protezione delle indicazioni geografiche previste nell’accordo” e si impegnata, al più tardi entro cinque anni, a “fare uso dei meccanismi adeguati previsti dall’intesa… per conseguire, per tutte le indicazioni geografiche Ue elencate” nel Ceta, “il medesimo livello di protezione”.

Il Ceta prevede inoltre che i prodotti canadesi importati in Europa debbano rispettare gli standard sanitari ed ambientali stabiliti dall’Ue. Il Ceta contiene infatti un allegato (l’allegato 5-E) relativo alle norme sanitarie e fitosanitarie per le importazioni/esportazioni, in forza del quale entrambi i contraenti si impegnano a riconoscere le reciproche misure di sicurezza e le autorità di controllo specifiche e ad adeguare le proprie esportazioni ad esse. In sostanza: ciò che è vietato, rimane vietato e ciascuno dovrà rispettare i limiti altrui.

La carne “ormonata” prodotta in Canada non potrà entrare nel mercato europeo. Anche per quanto riguarda gli ogm non cambia nulla. Gli ogm autorizzati (ora e in futuro) potranno essere esportati nell’Ue dal Canada, mentre quelli non autorizzati dovranno trovare altri sbocchi commerciali. Ogni Stato, inoltre, conserverà la possibilità di autorizzarne o meno la coltivazione sul proprio suolo. Non ci sarà nessun rischio aggiuntivo derivante dall’accordo.

Si poteva ottenere di più? Forse. Esistono delle criticità? Certamente. Non é vero però che il Ceta abbassi gli standard qualitativi e di sicurezza europei. E non é neppure vero che sia un regalo alle lobby industriali. Dal Ceta trarranno benefici anche i produttori di vino, di olio extravergine e di prodotti lattiero caseari, non tutti necessariamente grandi industriali, ma spesso cooperative e piccoli e medi imprenditori. La semplificazione delle procedure doganali e l’azzeramento dei dazi, ad esempio, non potrà che agevolare i produttori vinicoli piemontesi, molti dei quali orientati verso l’export.  Il Canada per l’Italia vale 70 milioni di litri di vino e 400 milioni di dollari.

E se anche le grandi imprese trarranno dei vantaggi dal Ceta non é un male. L’obbiettivo del mondo agricolo non è impedire alle grandi imprese alimentari di espandere il made in Italy e rafforzare la propria presenza in Canada (l’Italia è il primo esportatore europeo di prodotti agroalimentari in Canada in termini di valore, il secondo per numero di prodotti), ma far sì che ciò si traduca in una migliore remunerazione dei prodotti agricoli ed in una più equa distribuzione del reddito lungo la filiera. La ricerca di equilibrio nella distribuzione del reddito lungo la catena produttiva è una questione annosa che prescinde dalla firma del Ceta e va risolta attraverso un più corretto rapporto tra parte industriale e parte agricola.

Lodovico Actis Perinetto – Presidente Cia Piemonte

 

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