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DOP ed IGP in Italia crescono al ritmo di 12 l’anno
Scritto il 30-01-2017 da Ufficio stampa | Categoria: Prodotti tipici
L’Italia è il primo paese dell’Unione Europea per numero di prodotti agroalimentari DOP e IGP.
Nel 2003 era preceduta, sia pure di una sola unità, dalla Francia; nel 2016 conta, invece, rispetto ai cugini d’oltralpe, 52 registrazioni in più, con un ritmo medio di crescita, fra il 2003 e il 2016, di circa 12 l’anno.
La categoria produttiva con il maggior numero di riconoscimenti è quella degli ortofrutticoli e dei cereali (110), seguita dai formaggi (51), dagli oli extravergini di oliva (45) e dalle preparazioni a base di carne (41).
Il primato conferma ancora una volta l’eccellenza dell’agroalimentare “made in Italy” rispetto ai nostri competitor più agguerriti. Ci sarebbe di che inorgoglirsi, se non fosse per il rovescio della medaglia.
Il valore dei prodotti Dop ed Igp nel 2014 era di circa 13 miliardi. Tre prodotti: Grana Padano, Parmigiano Reggiano e prosciutto di Parma, valevano da soli circa 6,5 miliardi. Aceto Balsamico di Modena, Mela Alto Adige, Pecorino Romano, Gorgonzola, Mozzarella di Bufala Campana, Speck Alto Adige, Prosciutto San Daniele, Mela Val di Non, Toscano, Mortadella Bologna, Bresaola della Valtellina Igp e Taleggio valevano circa altri 6 miliardi. I rimanenti prodotti valevano, tutti insieme, pochi “spiccioli”.
Molti prodotti Dop ed Igp infatti esistono solo sulla carta. Il fatturato di molti altri è minimo. Il numero di prodotti tipici è molto grande, ma ciò dipende anche da un inveterato campanilismo, dalla rivalità tra comuni, tra vicini, che ha portato spesso alla divisione delle forze ed a chiedere il riconoscimento di Dop ed Igp anche quando non era il caso.
Abbiamo, ad esempio, circa 40 dop diverse di olive da olio, mentre magari la maggior parte di chi fa la spesa compra al supermercato l’olio che costa di meno (fatto con miscele inimmaginabili) e all’estero si prende per prodotto ”italiano” qualche marca che di italiano ha solo il nome.
I marchi di qualità in Italia in alcune situazioni sono troppi e creano sconcerto tra i consumatori. Per questo motivo è urgente una razionalizzazione, magari scegliendo la strada dell’aggregazione.
L’entusiasmo per i prodotti ”italiani” all’estero è enorme: in questi anni le esportazioni nel settore agro-alimentare sono cresciute. Ma c’è ancora un ampio spazio per i nostri prodotti tipici, che invece viene occupato dai prodotti ”italian sounding”, alimenti finto-italiani, che valgono circa 60 miliardi. Il doppio di tutte le esportazioni di prodotti alimentari italiani veri. Una cifra che potrebbe essere terreno di caccia per i nostri prodotti.
Bisogna proseguire con la “tolleranza zero” verso chi imita i prodotti d’eccellenza “made in Italy”, facendo concorrenza sleale alle nostre imprese e compromettendo il prestigio di tutto il sistema agroalimentare dentro e fuori i confini nazionali, ma c’è anche un altro problema che non può essere sottaciuto: la scarsa organizzazione italiana, il cui risultato è che i nostri prodotti dop ed igp non riescono a conquistare i mercati stranieri come potrebbero e sperperano un potenziale di crescita enorme.