In Evidenza
Emergenza Coronavirus
Lavora con agricoltori italiani
Dal campo alla tavola
Portale sconti di Cia
Le Associazioni
AGIA
Associazione Giovani Imprenditori Agricoli
ANP Cia
Associazione Nazionale Pensionati
Donne in Campo
La spesa in campagna
Turismo verde
ASES
Progetto Highlander
Informativa
Cookie e Privacy
Nel 2015 abbiamo importato il 45% del fabbisogno di mais, nel 2001 eravamo autosufficienti
Scritto il 06-04-2016 da Ufficio stampa | Categoria: Coltivazioni erbacee
Nella campagna 2013-2014 il quantitativo di mais importato dall’estero aveva raggiunto un totale di 3,5 milioni di tonnellate. In quella che si è appena conclusa la cifra è arrivata a 5 milioni di tonnellate (fonte Assomais).
E’ un crescendo di importazioni. Fino a quindici anni fa l’Italia era autosufficiente. Poi dopo il 2001 è cominciata una fase di lento declino e nel 2004 abbiamo importato il 10% del mais di cui avevamo bisogno, diventato poi il 20% nel 2009, il 30% nel 2012 ed ora siamo già al 45%. Per la campagna di quest’anno si potrebbe superare questo limite e arrivare alla metà esatta del fabbisogno italiano che è pari a circa 11 milioni di tonnellate. Le intenzioni di semina diramate da Istat prevedono infatti per il 2016 un ulteriore calo delle superfici.
I coltivatori hanno perso parecchio entusiasmo per il mais essendosi trovati ad affrontare in questi ultimi anni una serie di difficoltà come la questione nitrati, la limitazione delle conce, la comparsa della Diabrotica e la presenza di micotossine, che si sono aggiunte alle frequenti crisi di mercato ed alle annate troppo siccitose o piovose. Altro motivo della crisi è costituita dal fatto che il prezzo del mais nazionale, persino il migliore in termini sanitari, é quasi sempre inferiore a quello di provenienza extra Ue, anche ogm. Una situazione davvero incomprensibile ed inaccettabile.
La crisi della maiscoltura italiana non deve essere presa alla leggera. Il mais rappresenta una preziosa risorsa economica per il nostro Paese: è alla base dell’alimentazione zootecnica da carne e da latte. Il rischio che potremmo correre è quello di non disporre in futuro neppure di mais italiano a sufficienza neppure per sorreggere le nostre migliori produzioni dop di formaggi e prosciutti.
Il fatto, inoltre, che molte aziende zootecniche sono anche cerealicole ha un effetto domino che chiude drammaticamente un cerchio produttivo.