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NUOVA ETICHETTA UE, SCOMPARE LO STABILIMENTO DI LAVORAZIONE.UN PRODOTTO PUO’ ESSERE “ITALIANO” ANCHE SE LA SUA LAVORAZIONE E’ DELOCALIZZATA ALL’ESTERO.
Scritto il 26-01-2015 da Ufficio stampa | Categoria: burocrazia
La mozzarella Santa Lucia fino a oggi è stata prodotta in Italia. Lo si può leggere chiaramente sull’etichetta: realizzata nello “stabilimento di Corteolona, Pavia” di proprietà della Lactalis, ma dal 13 dicembre 2014, da quando cioé è entrato in vigore il regolamento UE 1169/2011, l’indicazione dello stabilimento di lavorazione è diventata facoltativa. Se per ipotesi la Lactalis decidesse di non realizzare più la mozzarella in provincia di Pavia, ma di spostare la manifattura all’estero, per il consumatore sarebbe praticamente impossibile saperlo. Un ragionamento applicabile a tutto il cibo.
Ogni Stato membro puo’ pero’ decidere di rendere di nuovo obbligatoria l’indicazione dello stabilimento di lavorazione degli alimenti, previa notifica a Bruxelles.
Il Ministro delle Politiche Agricole Martina vorrebbe procedere, ma l’onere della notifica a Bruxelles spetta ad un altro dicastero, quello dello Sviluppo Economico, la cui titolare, la Ministra Guidi, ha comunicato l’intenzione di aprire un tavolo di lavoro nel quale coinvolgere i rappresentanti della filiera produttiva, ovvero di rinviare sine die la soluzione del problema.
A chi giova il rinvio? Ovviamente ai grandi gruppi industriali che detengono i brand italiani storici, i quali potranno continuare a utilizzare tali marchi e a vendere l’immagine italiana dei relativi prodotti quando anche le produzioni saranno delocalizzate in altri Paesi, per qualsivoglia convenienza economica fiscale o finanziaria.
Il rinvio consente anche ai gruppi della grande distribuzione organizzata, di poter liberamente scegliere di trasferire gli approvvigionamenti presso fornitori di vari altri Paesi, senza che i consumatori ne sappiano nulla.
L’indicazione in etichetta dello stabilimento di lavorazione risponde anche all’esigenza di facilitare e abbreviare i tempi di gestione delle crisi di sicurezza alimentare, poiché è certo più semplice risalire all’origine del problema quando si possa facilmente identificare lo stabilimento da cui il prodotto proviene.
Un Governo, come il nostro, che si propone di difendere con forza il made in Italy e la sicurezza alimentare non dovrebbe esitare a rendere di nuovo obbligatoria l’indicazione in etichetta dello stabilimento di lavorazione degli alimenti. Stavolta non puo’ dare la colpa alla UE.
Lodovico Actis Perinetto – Presidente Cia Piemonte