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SPRECO E MALNUTRIZIONE
Scritto il 26-10-2014 da Ufficio stampa | Categoria: Politica agricola
Al Salone del Gusto si è parlato di spreco di cibo. E’ stato presentato il Protocollo di Milano promosso dal Barilla Center for Food and Nutrition: un documento che propone regole per “riequilibrare un mondo che ospita 868 milioni di persone denutrite e 1,5 miliardi di obesi”.
Innanzitutto è sbagliata la contrapposizione denutrizione/obesità. Gli obesi non sono quelli che mangiano troppo, ma quelli che mangiano male. Nelle società occidentali l’obesità è più frequente nei quartieri degradati e tra i gruppi con minore livello di istruzione e di reddito. “Combattere la povertà può essere il migliore, se non l’unico, modo per fermare l’epidemia dell’obesità”: l‘affermazione non è nostra, ma dei medici dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica.
Lo spreco, inoltre, ha diverse facce. Nei Paesi del Terzo mondo ha caratteristiche diverse rispetto ai Paesi avanzati. Ed anche tra i Paesi avanzati ci sono notevoli differenze. La crisi economica, nei Paesi dove di si è fatta più sentire, ha portato i cittadini ad una più consistente riduzione dello spreco. Trattare lo spreco senza fare le opportune distinzioni non permette di comprendere appieno il fenomeno e di trovare le giuste contromisure.
In Italia, ad esempio, lo spreco domestico di cibo, secondo tutti gli osservatori, è un fenomeno in netto calo, mentre il problema emergente è la malnutrizione che riguarda un numero crescente di persone. Moltissimi Italiani, disoccupati, in cassa integrazione o pensionati al minimo, cercano di sopravvivere mettendo in pratica una vera e propria spending review dei consumi, tagliando la spesa alimentare, rinunciando alla quantità o alla qualità dei cibi o a entrambe le cose e sprecando il meno possibile.
Le statistiche dell’Istat dicono che il 62% delle famiglie ha ridotto quantità e qualità del cibo acquistato, percentuale che supera il 70% al Sud. Per 6,5 milioni di famiglie i discount sono diventati l’unica alternativa sostenibile per resistere ai colpi della crisi, mentre nel Meridione la disoccupazione più alta della media e i redditi esigui fanno sì che un cittadino su quattro non possa permettersi un pasto adeguato tutti i giorni. Nel 2013 gli Italiani hanno speso soltanto 114 miliardi e 297 milioni di euro per alimentari e bevande non alcoliche, cioè 3,6 miliardi in meno rispetto al 2012. Mai si era scesi fino a questa cifra negli ultimi 23 anni.
Le campagne di sensibilizzazione contro lo spreco di cibo sono giustissime. La convinzione che il cibo buttato via sia un insulto per tutte le persone che non hanno di che mangiare è ormai entrata a far parte della consapevolezza dell’opinione pubblica, ma è discutibile che in questo momento lo spreco di cibo sia da annoverare tra i problemi principali che affliggono il nostro Paese. Talvolta sembra che molti opinion maker si siano buttati sull’argomento spreco soltanto perché funziona ed è in grado di attirare l’attenzione dei media.
P.S. Che fine ha fatto il gruppo di lavoro per la definizione del Piano nazionale di prevenzione dello spreco alimentare (Pinpa), creato dall’allora Ministro dell’ambiente Andrea Orlando, del quale, per altro, erano stati chiamati a far parte personaggi molto discutibili, a partire dalla scrittrice Susanna Tamaro, nota per aver scritto sul Corriere della Sera che non le piacciono i campi di grano troppo gialli, mentre li vorrebbe pieni di fiordalisi, papaveri e fiori della camomilla?